La Feralpisalò ha ricevuto nella giornata di oggi il Premio “Sport e Legalità”. Il riconoscimento è stato consegnato al Presidente Giuseppe Pasini in rappresentanza della Feralpisalò nella Sala Giunta del Coni, a Roma.

Il calcio unisce

Inizia così l’intervento del presidente Pasini, che ha ricordato la genesi della società verdeblu in occasione della premiazione. «Il territorio è stato uno dei cardini della nostra attività. Uno dei punti fermi in tutto quello che già il Gruppo Feralpi ha voluto tracciare nel suo ramo di impresa, e che è stata in seguito trasferita al mondo sportivo. Al mondo del calcio. Nell’anima del club non ci sono Salò e Lonato del Garda, ma si racchiude il territorio di tutto il Garda bresciano. Un bacino di quasi 100mila persone che dalla Valsabbia alle rive di Desenzano è al centro dei nostri progetti sportivi ed extra-sportivi».

Una crescita sportiva e umana

Per chi passa da Salò è importante anche l’aspetto umano dell’esperienza in verdeblu. «Non tutti (i nostri tesserati) diventeranno calciatori, ma tutti diventeranno uomini. E proprio da questa convinzione abbiamo tracciato una linea. Un percorso che possa permettere ai nostri ragazzi non solo di potersi esprimere nel modo migliore, all’interno di strutture adeguate alla loro maturazione sportiva, ma anche di crescere nell’ambito della propria personalità. Coltivare questi valori è un altro modo per restituire qualcosa di concreto a un territorio che ci supporta».

I progetti per l’aiuto ai disabili

La parola è quindi passata alla vice di Pasini, Isabella Manfredi, che ha parlato delle varie attività sociali intraprese in questi anni dai gardesani. «La Feralpisalò ha voluto estendere il suo ramo di attività e aprirsi anche in favore di tutti quei ragazzi a cui la vita e la natura hanno riservato abilità diverse. Abilità che si pensava non permettessero loro di andare a giocare a calcio e di vestire una maglia ufficiale, non di quelle acquistate nello store del Club, ma con il pieno valore dell’essere rappresentativo di quei colori. Abbiamo abbattuto questa barriera. Non architettonica, ma di sostanza e di concetto. Perché lo sport è una sfida, che si traduce spesso in un ostacolo da superare, ma è tutto fuorché divisione o impedimento. Abbiamo solo scritto la nostra storia in un modo nuovo.

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Nel 2015, abbiamo iniziato a porre le basi per qualcosa che potesse fin da subito essere riconosciuto, credibile, replicabile. Un modello. Il nostro risultato però, a differenza del mero significato intrinseco all’attività sportiva, vuole costituire un successo, non solo per noi ma per tanti. Abbiamo lavorato non per trarne un vantaggio diretto ma per permettere ad altri ragazzi di ottenere emozioni pari o superiori a quelle di chi, e parliamo di oltre 550 ragazzi, è già con noi in altre categorie. Lo abbiamo fatto con l’obiettivo di estendere il concetto di divertimento e gioco anche a chi, come loro, vive per questo. Ed è così che il nome del progetto è in realtà una domanda: “Senza di me che gioco è?”. Un quesito che fa riflettere sull’idea, spesso sopita e trascurata, che lo sport sia prima di tutto un gioco».