Inquietante novità arriva dal Piemonte riguardo al virus West Nile, ovvero la Febbre del Nilo occidentale trasmessa dalle zanzare (per lo più tigre). Sono stati accertati almeno tre casi in cui la malattia è stata involontariamente trasmessa attraverso una trasfusione: le sacche di sangue erano infette. Ma com’è potuto succedere? Semplice: i donatori non sapevano d’essere infetti.

Sacche infette dal virus West Nile

E non è per nulla così sorprendente. Perché non tutti coloro che entrano in contatto col virus poi sviluppano la malattia. In caso di persone in buona salute, il più delle volte diventano semplicemente “corrieri” del virus, per altro senza saperlo. Chi si ammala, invece, sviluppa forme simil-influenzali con febbre, cefalea, dolori muscolari ed articolari, raramente accompagnati da rush cutaneo.Nelle persone anziane, nei bambini molto piccoli e nelle persone con alterazioni del sistema immunologico, sono possibili manifestazioni piu’ gravi.

Antidoto migliore, la prevenzione

Come racconta il nostro quotidiano online NovaraOggi.it, le verifiche condotte nel territorio della bassa novarese hanno portato all’identificazione ed eliminazione di tre ceppi di zanzare infette. I metodi di controllo dell’esposizione comprendono sia misure di profilassi comportamentale per la riduzione del rischio di esposizione alla puntura di insetti che misure di controllo ambientale come il controllo della popolazione di zanzare e periodici interventi di disinfestazione.

Controlli incrociati rigorosi

Quanto al sistema delle trasfusioni – fa sapere il Centro Nazionale Sangue – va precisato che le sacche di sangue non vengono utilizzate prima di avere il risultato dei test di controlli. Il fatto di trovare donatori positivi inoltre è proprio un segno dell’efficacia del sistema di monitoraggio: quando viene rilevato il virus in un animale (vengono campionati equini, uccelli e ovviamente zanzare) chiunque abbia soggiornato anche solo per una notte nella provincia dove è stato isolato il campione non può donare per almeno 28 giorni, o in alternativa, a seconda delle scelte della regione di appartenenza, può donare, ma viene eseguito il test Nat, che trova subito il virus, e solo dopo il risultato la sacca viene ‘liberata’ per l’utilizzo, come avviene del resto per gli altri virus per cui si fa lo screening.

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Questo permette di non sospendere indiscriminatamente i donatori, garantendo la sicurezza del sangue e allo stesso tempo minimizzando le carenze. Trovare un donatore positivo non è quindi una ‘novità’, ma in un certo senso è un obiettivo del piano, al punto che l’Istituto Superiore di sanità pubblica periodicamente il numero di donatori positivi trovati su tutto il territorio nazionale.

 

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