Cristoforo Benvenuti. Dal Cern in Svizzera alle sponde del Garda. L’intervista al fisico punta di diamante della ricerca italiana e frequentatore di Desenzano, dove da poco ha comprato casa.

Come mai sceglie di passare qui molto tempo

“Sin da bambino frequentavo il lago di Garda. Benvenuti è un cognome trentino e mio padre ha origini di Tremosine. Durante la mia infanzia frequentavo Toscolano. Oggi preferisco Desenzano perché è facile da raggiungere e ben servita, a metà strada fra Milano e Venezia”.

Viene a Desenzano a riposarsi?

“Riposarmi? Ho da poco cessato un’attività e ricevo chiamate da tutto il mondo per collaborazioni. Spesso da miei ex allievi che una volta cresciuti si ricordano di me. Diciamo che sto prendendo del tempo per fare le mie valutazioni”.

Per molti anni è stato al Cern: un «cervello in fuga» ante litteram?

“Più che cervello in fuga parlerei di rappresentante per l’Italia. Mi sono laureato e sono andato a lavorare al Cern già nel 1966, fino al 2005. Ma mai mi sono sentito un fuggitivo”.

E dei cervelli in fuga effettivi cosa ne pensa?

“Le situazioni sono sempre più complesse di come poi vengano rappresentate. Un problema di espatriati c’è, è innegabile, ma guardando al mondo del lavoro con uno sguardo più ampio è evidente che è lo sguardo delle nuove generazioni che a volte è sbagliato. Per anni abbiamo insegnato loro a svalutare i lavori manuali, abbiamo fatto di tutto per evitare loro di sporcarsi le mai. E’ ovvio poi che certi mestieri non li voglia far nessuno e magari un giovane oggi studia all’università anche delle discipline di scarsa applicazione sociale, rimanendo disoccupato. Perché considerare certi lavori disonorevoli? Io li ritengo preziosissimi per la società”.

“noi”:anche lei ha messo i figli nella “campana di vetro”?

“Al contrario. Uno dei miei è fisico ma ho fatto di tutto per impedirgli di entrare al Cern. Con “noi” intendo la mia generazione. Ho combattuto per la cultura allargata a tutte le fasce d’età ma l’abbiamo portata avanti male. Oggi i giovani sono sì più acculturati, ma a discapito del tirarsi su le maniche. Questo mondo non è il mio mondo ormai: quando sono entrato al Cern lavoravo anche 20 ore consecutive, interagivamo con i macchinari e avevamo letteralmente le “mani sporche”. Oggi è semplicemente impensabile chiedere questo ad un giovane. Non sta a me dire se sia meglio o peggio, credo però sia una posizione condivisa quella che l’etica del lavoro abbia subito una mutazione.

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Un genitore non dovrebbe aiutare i figli?

“Sì che deve aiutarli, ma risparmiare loro il sudore non serve a nulla, ne verseranno il doppio dopo, insieme a qualche lacrima. Ho una visione che definirei più “statunitense”: non voglio generalizzare ma là ognuno conta per sé. A mio avviso è abbastanza vergognoso che un figlio erediti i vantaggi sociali conquistati dai genitori. Non crede?”

Non ha pensato di andare in pensione?

“No. Ho fondato una compagnia che lavorava nel settore dei pannelli solari che ho chiuso recentemente. Abbiamo brevettato una tecnologia che avrebbe aiutato a ridurre le dispersioni. Vedremo se troverà applicazione”.

Sta cercando un lavoro manuale?

“La manualità per me è quotidianità. E’ una pratica che mi completa. Qualche tempo fa comprai una casa in Sardegna con un ampio giardino. I rovi erano altissimi e mia moglie mi chiese di contattare un professionista per risistemarlo. Le risposi che non avrei chiamato nessuno e lo sistemai totalmente da solo. Sporcarsi le mani e sudare per me è un piacere”.